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“Miscusi”: un piatto di pasta come a casa della nonna

Varcando la soglia si sente già profumo di pomodoro fresco, ragout e pesto alla genovese… Decisamente non male.

Nato dall’idea di due ex studenti dell’Università Bicocca di Milano, Miscusi unisce un ambiente caloroso ed accogliente, oltre alla qualità delle materie prime e una buona dose di innovazione, a quella che è – sicuramente – la regina della tradizione culinaria italiana: la pasta. Sono rimasta fin da subito affascinata da questo format che, in un momento in cui sushi e hamburger sono assoluti protagonisti, riparte dalla semplicità di un cibo che si mangia volentieri tutti i giorni anche a casa propria. Un punto di forza è sicuramente la possibilità di poter creare il proprio piatto di pasta, partendo dalla scelta della farina e del formato (spaghetti di grano duro, caserecce integrali, orecchiette, trofie e molto altro, oltre a una vasta scelta per i celiaci, tra cui le tagliatelle di farina di mais e riso), fino ad arrivare alla composizione del condimento. Quando una mattina, andando in ufficio, ho visto i lavori in corso per l’apertura del nuovo ristorante a Bergamo il mio stomaco ha iniziato a brontolare e gioire; non vedevo l’ora di provarlo, finalmente!

Credit: sito ufficiale di Miscusi

Alle 12.35 del terzo giorno di apertura, esattamente 5 minuti dopo l’inizio della pausa pranzo, io e miei colleghi eravamo di fronte al ristorante. Dopo essere entrati ed aver ricevuto sorrisi e saluti di benvenuto (è questa la filosofia di Miscusi: a proprio agio come a casa) inizio a scorrere il dito tra le varie proposte di pasta elencate nel menù; butto un occhio alla macchina per stendere la pasta che si trova accanto all’ingresso e al ragazzo che ci sta lavorando, concentratissimo nel raccogliere delle tagliatelle, e decido di scegliere le caserecce integrali (logic over 9000, nda). Amo la pasta integrale, la trovo corposa e particolarmente saporita, quindi ho deciso di partire subito testando un tipo di alimento su cui le aspettative erano molto alte… Ero quasi sicura che non mi avrebbero deluso. Ho deciso di abbinare, tra l’ampia scelta di sughi, una semplice salsa di pomodoro e della ricotta di pecora; niente mandorle o granella di pistacchio, meglio rimanere leggeri per un primo assaggio.

Credit: sito ufficiale di Miscusi

Ebbene, non sono rimasta per nulla delusa: la cottura e la consistenza della pasta erano perfette, così come il sapore; il sugo di pomodoro era profumato e denso e l’abbinamento con la ricotta di pecora (consigliato anche in menù) perfetto. In due secondi Miscusi è diventato uno dei miei posti preferiti, meta fissa della pausa pranzo del lunedì (giusto per addolcire un po’ il giorno più brutto della settimana).

Perché non ci sono foto dei piatti da me ordinati? Mi vergogno un po’ ad ammetterlo, ma alla fin fine è sempre meglio dire la verità: sono sempre talmente affamata e il profumo è sempre così buono da farmi dimenticare di fotografare (o, meglio, farmelo ricordare solo quando sono a metà piatto :P). Devo decisamente migliorare le mie doti di food blogger; segnato nel quadernetto degli impegni per il futuro.

Intanto tutti voi, che abitiate a Milano, Torino, o nella mia bellissima Bergamo, correte a provare Miscusi: riceverete tanti sorrisi e, ve lo assicuro, non ve ne pentirete.

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Cattolica: 10 posti da non perdere.

Ovviamente sto parlando di cibo (per chi ne avesse ancora il dubbio).

Sono ormai passati due anni da quando la mia cara madre (sempre sia lodata) ha deciso di acquistare un appartamentino a Cattolica, in provincia di Rimini. Abbiamo sempre desiderato una seconda casa al mare, in un posto carino ma non troppo grande, affollato ma capace di dare attimi di tranquillità e silenzio, dove la gente fosse gioviale e il cibo buono. Cattolica ha passato l’esame finale dimostrandosi portatrice di tutte queste caratteristiche e diventando in sole due estati un mio posto del cuore (sì, sono una delle poche persone che ammette di amare la riviera romagnola e la sua gente, nonostante il mare non proprio cristallino la renda meta poco Instagrammabile per i poveri influencers ~).

Chi, nel proprio posto del cuore, non ha una lista personale dei posti che – per forza! – tutte le volte deve tornare a visitare? Bah, magari nessuno.

Però io sì, e questa è la mia personalissima top 10 dei locali che non potete assolutamente perdere se passate per questa buonissima carinissima cittadina:

10) Taverna a Pesci in Faccia

Alle porte del centro, tra l’inizio della via dei negozi e le fontane danzanti, questa carinissima taverna offre ottimo cibo a prezzi decisamente onesti e porzioni più che abbondanti. Un plauso alla gentilezza del personale e alla piadina, che qui sostituisce completamente il pane e viene portata in continuazione.

9) Gelateria Adler

Questa fantastica gelateria/creperia in pieno centro, avvantaggiata dalla posizione strategica che le permette di occupare quasi tutta la piazza, è il posto ideale per ogni momento della giornata: colazione, pausa pranzo, merenda e – come potete notare dalla foto – abbondantissimi aperitivi. Consiglio: provate assolutamente le loro granite, abbondanti e davvero ottime (ancora di più se servite con la panna).

8) Osteria sapori di mare

Una premessa: in questo ristorante le porzioni sono talmente abbondanti che, al momento dell’ordine, sono i camerieri stessi a frenare l’arroganza dei clienti (ergo: non ordinate troppo signori, davvero, lo diciamo per voi). Il mio ragazzo non si è lasciato intimidire e ha perso la guerra, quindi vi dò un consiglio: dategli retta! Oltre alle porzioni forse anche i prezzi sono un po’ troppo “lievitati”, ma alla fin fin la qualità paga, quindi rimane uno dei miei posti preferiti. Ps: provate la degustazione di mare fredda, non ve ne pentirete.

7) Gelateria il Mandorlo

Ormai avrete capito che sono parecchio golosa, quindi questa non sarà l’ultima gelateria in classifica (avvertimento, nda :P). Il Mandorlo fa uno dei gelati più buoni che abbia mai assaggiato, la possibilità di gustare la loro cialda fatta in casa, un’ampia scelta di gusti vegani ottimi (per chi abbraccia la filosofia, ma soprattutto per chi è intollerante al lattosio!) e guarnizioni da leccarsi i baffi. Dimenticavo: questo (vedi foto) è un cono piccolo.

6) Holiday da Carletto

Questo ristorante/pizzeria/hamburgeria/piadineria/bar/ognicosavivengainmente fa molte cose e tutte bene. Nel mio caso, è il posto che preferisco quando mi viene voglia di una bella pizza, che spesso al mare si tende a dimenticare… La mia preferita è la Burrata e Datterini (vedi foto!), ma la varietà di pizze semplici e gourmet è ampia e tutte sono ottime.

5) O capitano, mio capitano

L’unica pecca che so trovare a questo ristorante nella piazza del porto è avere un nome troppo lungo… Ma li perdono visto che il cibo è ottimo, le porzioni abbondanti e i prezzi giusti. Ah, e il proprietario è una donna super tosta! Nb: provate la grigliata di pesce misto, una delle migliori che abbia mai assaggiato!

4) Da Martino

Questo graziosissimo ristorantino, sito a bagni 52 e vicino al centro, ha un’enorme forza: è sulla spiaggia e vanta una bellissima terrazza sul mare che la sera viene romanticamente illuminata. Atmosfera, buonissimi piatti e prezzi più che onesti: diesci!

3) Ristorante pizzeria Il Faro

Anche questo ristorante, collocato al porto in prossimità del Faro di Cattolica (sorpresi, eh?), può vantarsi di un’ampia terrazza vista mare. Mangiare con la brezza fresca della sera è impagabile, ma oltre a tutto ciò i piatti del Faro sono ognuno ottimo e a suo modo particolare, anche un primo semplice come gli spaghetti alle vongole. Personale squisito e prezzi giusti.

2) Pasticceria Staccoli

Giuro che questa è l’ultima pasticceria (giusto perché mancano solo due posizioni), ma è la mia preferita in assoluto: moltissimi tipi di cornetti diversi e fragranti, dolci e torte, crepes, gelati, cioccolato, ottimi piatti per la pausa pranzo e la cena e aperitivi sublimi. Potessi arriverei alle 8 del mattino e me ne andrei a mezzanotte (tanto in estate sono aperti 24 ore su 24 😍).

1) Bailena Piadineria Sul Porto

Come potete osservare, la piadina mi piace. Parecchio. Bailena è un piccolo chiosco sul porto a conduzione familiare, con pochi posti a sedere e tutta la semplicità del mondo. Le piadine sono le migliori di tutta la Romagna e questa è la prima tappa fissa appena tocco terreno cattolichino; un applauso alla piada con erbe e alici, la mia preferita.

Se mai vi capiterà di passare per Cattolica spero seguirete i miei consigli e andrete a provare almeno uno dei posti che ho elencato. Non vi deluderanno, ve l’assicuro!

Impaginando la dignità (perduta)

Serve solo una frase per spiegare questo titolo: sabato sera sono stata a Roma al concerto dei Take That. Quando si cresce, si sa, cambia il modo di atteggiarsi: si diventa più calmi, posati, seri e si riesce a mantenere un certo contegno anche nelle situazioni di maggiore carica emotiva.

Ecco, questo non è per niente il mio caso.

Era il 24 ottobre 2007 e io urlavo come un’assatanata durante il primo concerto dei Take That che riuscivo a vedere. E così è stato anche nel 2011, nel 2015 e l’altro giorno, il 29 giugno 2019. La me stessa ventiseienne non riesce a reprimere la quattordicenne che si cela in agguato e ad ogni concerto di queste cinque quattro tre meraviglie (il loro numero negli anni è cambiato, ma la sostanza per niente) io non riesco a mantenere un contegno. Il che è anche piuttosto divertente, vi dirò.

Take That, 29 giugno 2019, Roma (credit: me stessa, penso che la scarsa qualità della foto parli da sola)

Arriviamo – io e mia cugina Ludo, l’unica ad avere il fegato di accompagnarmi in queste spedizioni musicali – a Roma alle 10:20, dopo essere partite da Milano con l’Italo delle 7:15. Già stanche a causa della sveglia alle 5:00, decidiamo che alla fine abbiamo rispettivamente 26 e 22 anni e quindi non è il caso di cedere alla vecchiaia e riposarsi: è arrivato il momento di fare le turiste disorganizzate e mangiare una bella cacio e pepe a Trastevere nonostante i 42° all’ombra (e l’abbiamo mangiata davvero la cacio e pepe bollente ;)).

Nonostante la nostra peculiare capacità di trovare tutti i musei e i monumenti sigillati (anche il Pantheon, che chiude solo un pomeriggio all’anno) la giornata è passata in fretta, talmente in fretta che alle 19.30 abbiamo perso l’ultimo autobus diretto per arrivare all’Auditorium Parco della Musica. Tuttavia – e so che non ci sto sponsorizzando tanto bene, ma vi assicuro che è così – siamo due ragazze piene di risorse (e io piuttosto logorroica): abbiamo trovato nel caos due sconosciute nella nostra stessa situazione, con le quali abbiamo diviso un taxi e siamo arrivate sul luogo del concerto con poca spesa, un’ora e dieci di anticipo e un bel bagaglio di conoscenza sulla storia e le case di Trastevere (anche il tassista era logorroico).

Vediamo una folla scalpitante di persone ai cancelli d’ingresso. “Strano” – me ne esco in tutta la mia ingenuità – “ad un’ora dall’inizio dovrebbero essere già tutti dentro a sudare e trepidare nell’attesa”. E invece no, perché le auto dei Take That non erano ancora arrivate e tutti li stavano aspettando fuori. E, ovviamente, non avevano intenzione di far attraversare nessuno. Mentre la priorità di mia cugina era riuscire a comprare il suo panino con la porchetta (sempre molto light) e poterselo mangiare in tutta calma sugli spalti, forse a me un po’ di ansia stava salendo: la me quattordicenne iniziava a scalciare, voleva essere partorita. Potrei proseguire raccontandovi di come sono quasi svenuta alla vista del braccio di Mark Owen che salutava dal tettuccio della macchina, ma credo che salterò questo passaggio e porterò la scena direttamente a noi che mangiamo il panino con la porchetta sedute sugli spalti (io con mozzarella e pomodoro, sono ancora una donna debole). Cut, please!

Andare in bagno non è stata un’impresa semplice (era l’unico aperto in tutto l’Auditorium), ma ce l’abbiamo fatta. Ed eccoci arrivate al clue della giornata: alle 21.02, quando i panini erano belli che masticati e digeriti, le luci si accendono sul palco e la musica si alza. E io, in quel preciso momento, mi sono sentita talmente felice ed emozionata che – alla fin fine – mi sono riscoperta molto fiera del mio essere ancora un’adolescente in preda alle crisi ormonali quando si tratta di loro. Ho urlato e cantato come ogni volta e ho sentito l’adrenalina scorrere così forte da non avvertire più nessun male alle piante dei piedi o nessun dolore da ciclo. L’abbiamo persa la dignità, eccome, ma quanto è stato divertente? Non ringrazierò mai abbastanza i Take That per la loro musica e il loro atteggiamento professionale ma caloroso; mi hanno regalato tanti, troppi, momenti felici.

Altra pessima foto scattata da me medesima

Non me la sento di recensire il concerto, sarei decisamente troppo di parte, ma mi sento di dire che questi tre artisti hanno messo il cuore in ogni singolo secondo e hanno fatto del loro meglio per far sì che le persone uscissero soddisfatte dal palazzetto.

E’stato proprio così, abbiamo sceso le scale dagli spalti con dei sorrisi da ebeti che la metà bastava, progettando già il viaggio per un futuro concerto.

Potrei concludere raccontandovi di come abbiamo perso l’ultimo pullman che arrivava esattamente sotto il nostro Bed&Breakfast e dell’odissea per arrivare alla stanza, tra minuti di attesa, stazioni della metro chiuse, lacrime e sudore. Ma direi che ho già maltrattato la nostra mia dignità abbastanza in queste poche righe, quindi facciamo che siamo a posto così. Bye bye 🙂

Un anno, 66 libbre

Come ho già detto, ci sono molte cose che mi rendono felice e – alla fin fine – posso affermare di essere una persona serena. Ma anche chi sorride, chi all’apparenza sembra privo di ogni problema ha i suoi crucci; il mio, se posso prendermi come esempio, è sempre stato l’aspetto fisico.

Eccome come vorrei pesarmi ogni mattina 😛

Sono nata in anticipo di qualche tempo, ma non sotto peso (e già questo doveva essere una sotto specie di profezia): ero una bella bambina grassottella, con le guance piene e le mani a palloncino (molto carina, se devo essere sincera). Negli anni la mia mole non ha fatto che aumentare e così mi sono trasformata in una bimba sempre più cicciottella: già all’asilo potevo vantare un’ampia lista di fantasiosi soprannomi, tra i quali “Orso Bear” rimarrà sempre il mio preferito (perché a loro sarà potuto sembrare anche un insulto, ma io ho sempre adorato Bear Nella Grande Casa Blu). Ho sempre cercato di non mostrarmi offesa, anzi: ridere alle battute e ai nomignoli strani sembrava una buona idea e le persone mi trovavano simpatica.

Poi è arrivata l’adolescenza: al terzo anno di scuola media il mio soprannome era Hagrid (perché, nel frattempo, oltre alla stazza era cresciuta anche una chioma piuttosto folta di capelli ricci e disordinati) e iniziava a diventare sempre più difficile fingere di essere divertita dalle prese in giro… Insomma, sono cresciuta con la saga di Harry Potter e ho sempre adorato quasi tutti i suoi personaggi, ma mi trovavo in quel periodo della vita in cui – probabilmente – ogni ragazza vorrebbe essere paragonata ad Hermione, non ad un grosso uomo barbuto di razza mezzo-gigante. “Pazienza” – mi sono detta – “Arriverà anche il mio momento. Arriverà il giorno in cui non dovrò più sentirmi a disagio anche solo camminando per strada”.

Gli anni passavano e quel giorno tardava ad arrivare.

Al terzo anno di liceo ho avuto il primo fidanzatino, ma non mi piaceva davvero; volevo solo avere un ragazzo come le mie compagne di classe ed essere sicura di piacere almeno ad una persona sulla faccia della terra. Avevo una tremenda voglia di sentirmi bella e nessuna di rinunciare al cibo (o di mettermi a fare sport. Non so se l’ho già detto, ma la coordinazione e il movimento non sono mai stati il mio forte). Dopo neanche un anno la relazione finiva e io rimanevo sempre la stessa, coi miei chili di troppo e le mie insicurezze.

Crescendo ho iniziato a “metabolizzare” il mio fisico, a cercare di tollerarmi e non farmi troppi problemi: avevo degli ottimi amici, una buona carriera universitaria e una vita spensierata; non dovevo per forza passare davanti allo specchio prima di uscire di casa, non dovevo necessariamente riuscire ad entrare nelle taglie dei vestiti che mi piacevano. Ad ogni problema una soluzione, e io – a 24 anni suonati – ero pressoché sicura di aver trovato la mia. Eppure, c’era qualcosa…

Qualcosa che ho realizzato solo quando, alla fine, ho trovato la persona adatta a me: un ragazzo che non solo mi amava per quello che ero, con i miei chili di troppo e la mia goffaggine, ma che aveva deciso anche di curare la mia autostima, continuando a ripetere quanto io fossi meravigliosa. E, a quel punto, ho capito. Dovevo imparare ad amare me stessa come mi amava lui e quanto io lo amavo. Basta nascondersi dietro a sciocche auto convinzioni, basta temere il giudizio degli altri: era – finalmente – arrivato il momento di cambiare.

Una volta deciso questo il resto è arrivato da solo: lo sport – che, mi duole ammetterlo, ho iniziato ad apprezzare – e una corretta alimentazione hanno completato il cerchio della mia decisione e i chili hanno iniziato a scendere. 5, 10, 25… 30. Dopo un anno avevo perso trenta chili (o 66 libbre, come direbbero in America), raggiungendo quello che – non ho mai voluto ammettere! – era da sempre il mio obiettivo.

Imparare ad amare me stessa è stata una delle cose più difficili che abbia mai fatto, ma non ringrazierò mai abbastanza per aver deciso di intraprendere questo percorso. Ho preso coscienza delle mie capacità e della mia costanza e ora so che, impegnandomi, posso raggiungere i miei obiettivi.

E, adesso, dopo un anno di convivenza con la nuova me stessa posso dire di essere veramente felice.

Ano tokoro wa… doko desu ka?

Ossia “Dove si trova quel posto?”. Ho deciso di dare a questa chiacchierata sul Giappone il titolo della frase che ci ha salvato la vita durante il viaggio perché – credetemi – senza di lei saremmo ancora là da due anni a cercare la linea della metro per l’aeroporto.

Sono sempre stata appassionata di cultura Giapponese, fin da bambina. Immagino che i cartoni con cui sono cresciuta abbiano giocato un ruolo fondamentale (rendendomi anche una nerd di notevoli proporzioni), ma anche la mia passione per le guide National Geographic ha aiutato: avevo poco più di 8 anni quando ho aperto per la prima volta la guida del Giappone e non riuscivo a staccare gli occhi dai colori e dai paesaggi riportati tra le pagine lucide di quel libretto. E così, in poco meno di due minuti, ho iniziato a desiderare di mangiare del ramen seduta a un tavolo di legno e ascoltare zio Marrabbio sbraitare dalla cucina (ho sempre odiato Kiss Me Licia, ma quanto sono belli gli scorci del locale?). Sono passati gli anni e il mio tanto desiderato – nonché potenzialmente costosissimo – viaggio in Giappone tardava ad arrivare; ho iniziato a leggere sempre più manga, a guardare anime in versione originale e a studiare la lingua per compensare quel desiderio non ancora realizzato e, alla fine, è arrivato il momento giusto.

Era ottobre del 2016 quando la mia amica – compagna di corso di giapponese, appassionata forse ancor più di me, che d’ora in poi chiameremo “la povera vittima” per comodità – mi ha fatto la proposta: il volo era conveniente, il prezzo dell’alloggio pure. L’host di Airbnb si chiamava Tomio, il che da solo è già un motivo più che soddisfacente; perché rifiutare? In due giorni volo e appartamento erano prenotati. Ad Aprile – mese che nel 2017 coincideva con la fioritura dei ciliegi – saremmo partite per il Giappone.

Aeroporto Internazionale del Kansai, Osaka

Il Kansai International Airport è stato il primo luogo in assoluto che ho visto del Giappone. Un aeroporto immenso, moderno, curato in tutti i dettagli e – soprattutto – pieno zeppo di negozi di souvenir alla nipponica (Il Pokèmon Store, per dirne uno). “Rimango qui”, ricordo con chiarezza di aver detto alla povera vittima “Ci vediamo tra due settimane”. Ovviamente stavo scherzando: se mi aveva entusiasmato così tanto l’aeroporto cosa sarebbe successo nei dieci giorni successivi?! Ed ecco che sono rimasta stregata dalle città giapponesi e dalla loro architettura: templi, case di legno accostate ad altissimi grattaceli, stazioni ferroviarie modernissime e quartieri dalle mille sfumature. Il mini tour del Giappone che avevamo programmato comprendeva tre città: Osaka, Kyoto e Nara (alla quale si sarebbe infine aggiunto il minuscolo e sconosciuto paesino di Takarazawa solo per visitare il museo di Osamu Tezuka… Ma quella è un’altra storia, lì la metro non parla più in inglese) e sono quasi del tutto sicura che sia stata l’ultima ad avermi lasciata più stupita, dopo un’attenta analisi. Nara si sviluppa quasi nella sua totalità lungo un enorme parco naturale che contiene al suo interno una significativa quantità di Templi. E cervi. TANTI CERVI. Cervi che si inchinano, sono carini e sono pronti a mirare dritto alla gola se non vengono nutriti nel giro di due secondi. Tuttavia, di Nara non è rimasto solo il ricordo dei suoi cervi assisini: il Buddah Gigante di Tōdai-ji (tempio assoluto protagonista del parco naturale) è allo stesso tempo magnifico e intimidatorio.

I dolcissimi cervi di Nara. Dolcissimi solo se dai loro da mangiare, ovviamente

Moltissime persone pensano a Kyoto come una città immersa nella tradizione e densa di piccole case di legno, ma non è così: la tradizione c’è, così come i grattaceli. Durante i quattro giorni che abbiamo passato nella città natale delle geishe mi sono resa conto che è in realtà una metropoli vera e propria, all’interno della quale la grandissima concentrazione di templi e l’imponente palazzo reale tengono vivo il legame con la tradizione e la storia antica giapponese. Il templi di maggior impatto? Sicuramente Kinkakuji (interamente ricoperto d’oro massiccio) e Fushimi Inari, dove l’infinita scalinata che accompagna il percorso dei mille torii rossi ancora adesso mi provocano il mal di gambe solo al ricordo. Ma anche una grande – grandissima – nostalgia.

Osaka… Ah, Osaka. Come ho già anticipato sono una grandissima fanatica dei media di produzione giapponese – ehm, nerd – quindi era prevedibile che delle città visitate quest’ultima ricevesse la mia preferenza. La maggior parte dei turisti credo la definirebbero una città – passatemi il termine – tamarra… Io mi limiterò a dire che è particolare e molto densa. I quartieri sono moltissimi e diversificati tra loro: dalla modernità e i cosplayer di Nipponbashi (o Den Den Town, dedicato alla tecnologia e ai manga), passando per le luci e i colori di Dotonbori (dove si possono trovare i migliori ristoranti e i negozi per turisti), fino ad arrivare alla tranquillità di Chūō-ku, dove si trova l’imponente Castello di Osaka. Un ricordo che conserverò sempre di Osaka è, tra gli altri, la visita all’ Expo ’70 Park, zona commemorativa dell’esposizione universale tenutasi nello stesso anno: un’ampia area verde ora adibita a parco che ospita al suo interno un percorso pedonale di diversi chilometri, zone gioco per i bambini, campi per il tennis e altri sport e, soprattutto… Lui:

Inquietante, eh?

La Torre del Sole, quello che negli anni ’70 era il corrispondente del nostro Albero della Vita nel 2015. Ora meta dei futuri sposi giapponesi – che scattano foto usandolo come sfondo per augurarsi buona fortuna – celava ai tempi dell’Expo un significato più cupo e profondo, giocato sul contrasto bene/male. Una cosa è certa: se si esce dal ristorante col buio e si guarda in direzione del parco da qualche metro di lontananza e lo si vede con gli occhi illuminati, si rimane traumatizzati. Non uno spettacolo così divertente, insomma, ma che colpisce.

Il Giappone mi ha stregata e, di questo ne sono certa, due settimane non sono state sufficienti: voglio tornarci, voglio conoscerlo di più. Voglio assaggiare ancora i piatti tipici (a mio parere squisiti, soba e okonomiyaki hanno avuto la mia assoluta preferenza), voglio immergermi di nuovo nelle calde acque termali degli onsen (sperando di far passare di nuovo inosservati i miei tatuaggi), voglio chiedere ancora indicazioni ai passanti e vederli sorridere una volta finto di aver capito esattamente dove andare.

Mi manchi, Giappone. Ci vediamo presto.

Pillole di vita

A tutti noi capita di svegliarsi dal lato sbagliato del cuscino: magari piove, ci sono -25° a maggio (per assurdo, eh), o è colpa di un incubo. L’altra mattina mi sono svegliata imbestialita col mondo intero – che manco Daenerys nella 8×05 del Trono di Spade – e mi sono detta che, almeno per una volta, fingersi malata e rimanere a letto non sarebbe stata una cattiva idea; ma poi, cosa vuoi, il senso di responsabilità… Ho pensato ai miei adorati cereali Cheerios e ho deciso che ci avrei messo una pietra sopra (a non so cosa, tra l’altro, visto che non avevo un motivo vero per essere corrucciata).

Questa sono io al semaforo appena uscita di casa

Che poi, una persona che sceglie un titolo del genere per il proprio blog personale non dovrebbe aprire il primo post in questo modo (conoscenza e abilità di marketing over 9000, nda), però sono sincera: mi capita molto spesso. Un’altra cosa che mi capita altrettanto spesso, però, è tornare di buon umore in un millesimo di secondo: ho visto un anziano signore fermo al semaforo con un mazzo di rose tra le mani e ho sorriso (chi non l’avrebbe fatto?). Ho sorriso per la tenerezza che mi ha trasmesso l’immagine, certo, ma anche perché ho subito pensato a una bella esperienza appena passata e ad altrettante avventure che mi aspettano.

Questo piccolo preludio (che spero non sia stato troppo noioso!) per spiegare il perché di questo blog: parlare di tutto ciò che mi rende felice, cercando di dare consigli e – perché no – rendere un po’ contento anche chi mi legge. Spero vorrete seguirmi in questa avventura, che vi divertirete a scorrere i miei post.

Nel mentre io penso al cibo, che non fa mai male.